Sono trascorsi quasi vent'anni dalla fine della guerra fredda e le alleanze regionali che vincolano l'Australia, il Giappone, la Corea del Sud e le Filippine agli Stati Uniti sono ancora solide. Tuttavia, in quanto espressione di una concezione strategica legata alla guerra fredda, esse sono diventate anacronistiche. Dal punto di vista economico, inoltre, la schiacciante preponderanza statunitense caratteristica di quell'epoca è oggi un ricordo. Nel 1820, la quota asiatica del pil mondiale era pari al 50% circa: la Cina contava per il 27%, l'India per il 14%, il Regno Unito per il 5% e gli Usa solo per l'1%. Nel XX secolo, la quota asiatica era scesa a livelli estremamente bassi, ma ora, grazie alla rapida crescita verificatasi negli ultimi decenni soprattutto in Cina e in India, si aggira intorno al 25% e per il 2030, anche secondo le stime più prudenti, avrà di nuovo raggiunto il 50%. Questa ripresa dell'Asia implica che gli Stati Uniti e l'Europa vedono diminuire - quantomeno in termini relativi - la loro importanza. Il pil combinato di Giappone, «Cina» (includendo Taiwan e Hong Kong) e Corea del Sud ammonta a 8 trilioni di dollari circa, contro i 12 degli Usa e i 13 dell'Ue. E la rete degli interscambi economici asiatici si infittisce, mentre quella statunitense, in termini relativi, si assottiglia. Dopo trent'anni di crescita a due cifre, l'economia cinese si avvia a superare quella giapponese tra una decina d'anni e, per la metà del secolo, quella statunitense. L'India segue da vicino. Se in termini puramente economici l'importanza degli Stati Uniti diminuisce, in termini strategici e militari, tuttavia, gli Usa ancora non hanno pari. Una tale discordanza tra il quadro economico e quello politico-militare, però, difficilmente potrà durare a lungo. Parallelamente allo sviluppo intraregionale degli scambi commerciali, degli investimenti reciproci, dei trasferimenti di tecnologia e dei movimenti di persone, gli Stati, gli intellettuali e i leader della società civile cercano la formula per creare un ordine post-americano, all'insegna - nella loro immaginazione e nelle loro speranze - della giustizia, della pace e della cooperazione. La crisi finanziaria del 1997, i comuni problemi ambientali, energetici e di sicurezza, la comune volontà di porre un freno alle azioni arbitrarie e aggressive dell'unica superpotenza rimasta, sono tutti fattori che conferiscono urgenza alla costruzione di questa comunità. In passato, sono esistite diverse «comunità» asiatiche. Ne sono esempi il sistema sino-centrico, relativamente stabile e di lunga durata, conosciuto come «sistema dei tributi», o i tentativi giapponesi di imporre un ordine nippocentrico: quello breve e malaugurato effettuato sotto Hideyoshi nel XVI secolo e la sfera est-asiatica di prosperità del XX secolo. Questi ultimi due tentativi furono dei fallimenti catastrofici e lasciarono nella regione amari ricordi. L'ultimo, in particolare, fallì soprattutto per l'incapacità giapponese di elaborare e presentare un'identità politica e culturale attraente, che potesse essere condivisa da tutti gli asiatici. L'Asia, che aveva tollerato per un millennio la centralità della Cina, non sopportava quella del Giappone. L'identità giapponese del XX secolo, raccolta intorno all'imperatore, con la sua insistenza sulla superiorità giapponese, sugli dei giapponesi e sugli usi e costumi giapponesi, risultava inaccettabile. Oggi, con l'avanzare del processo di integrazione regionale asiatica, una delle questioni principali è proprio questa: il Giappone ha risolto i suoi dilemmi di identità, così da poter partecipare al processo di costruzione di una comunità basata su valori condivisi? Nell'ultimo ventennio, sono state fatte diverse mosse verso l'integrazione economica della regione, caratterizzate in primo luogo dalla partecipazione o, al contrario, dall'assenza, degli Stati Uniti. Nel 1980, per iniziativa del primo ministro australiano Bob Hawke, è stata costituita l'Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), un'organizzazione enorme finalizzata essenzialmente alla crescita economica e alla promozione degli scambi e degli investimenti, di cui gli Usa sono un membro centrale. Attualmente, i paesi che la compongono assommano il 41,9% della popolazione del pianeta e poco meno del 60% del pil mondiale. Nel 1990 è stato fondato l'Eaec (East Asian Economic Caucus), un progetto fortemente voluto dalla Malaysia di Mahathir Mohammad, inteso a promuovere in Asia la leadership del Giappone escludendo gli Stati Uniti e le altre nazioni occidentali del Pacifico, quali l'Australia e la Nuova Zelanda. Ma il Giappone ha resistito alle lusinghe della Malaysia e l'Australia, impegnata con l'Apec, si è mossa per vanificare questo tentativo. Che il Giappone non entrasse mai a far parte di una comunità asiatica e continuasse ad affidarsi alla protezione degli Usa è sempre stato un obiettivo primario della politica statunitense nella regione Asia-Pacifico, perché ogni tentativo di intesa con la Cina rappresenterebbe «un colpo fatale all'influenza politica e militare degli Stati Uniti nell'Asia orientale» E l'Australia non si sognerebbe neppure di prendere una seria iniziativa diplomatica senza l'approvazione degli Usa. (....) Tratto dal saggio "L'impero del Sole tra orgoglio e dipendenza", pubblicato nell'ultimo numero di "Limes", interamente dedicato al Giappone, in questi giorni in edicola.
01/11/2007 |